Phubbing e vita sociale: quando a vincere è lo smartphone

Siamo a cena e anziché ascoltare le chiacchiere degli amici siamo distratti dalle incessanti notifiche? Passeggiamo con il nostro partner in centro e anziché condividere il momento rilassante insieme, preferiamo rispondere a urgentissimi (si fa per dire) messaggi? Discorso a parte per i cardiochirurghi, forse c’è un problema di phubbing, e vale la pena mettere in discussione il nostro rapporto con la tecnologia.

To phub: ignorare gli altri. È questa l’etimologia del neologismo che definisce quell’attitudine poco corretta a non occuparsi di cosa succede intorno a noi, preferendo la relazione con il nostro dispositivo mobile. A prima vista, potrebbe avere a che fare con la maleducazione o comunque con un comportamento fondamentalmente scortese e disattento. In realtà, dietro si nasconde un acronimo di quattro lettere: FOMO (Fear of Missing Out), ovvero la paura di perdersi qualcosa. Aggiungete anche la noia e lo scraso autocontrollo, e avrete gli ingredienti che compongono il phubbing – anche detto sidebarring.

Alzi la mano chi non l’ha mai fatto: vi sedete in un locale e posate il cellulare sul tavolo. Non si sa mai, vero? Bene, vale la pena sapere che anche la presenza di un telefono sul tavolo può essere sufficiente per intaccare l’empatia e la connessione verso chi ci è fisicamente accanto. Ma è sempre così necessario intercettare in tempo reale messaggi, mail e notifiche dai social? A nostra parziale discolpa, è anche vero che telefoni e piattaforme sociali sono progettati per incoraggiare il controllo compulsivo.

Come ha detto al The Guardian Tristan Harris, ex ingegnere di Google e fondatore del Center for Humane Technology: “le nostre scelte non sono così libere come pensiamo che siano. Pensiamo a piccoli dettagli che aumentano il coinvolgimento, come le notifiche rosse di Facebook, che inizialmente erano blu per fondersi con il resto del marchio, oppure al  pull-to-refresh, che è psicologicamente molto simile a una slot machine.

Ci sono svariate risposte al phubbing. Uno è proprio di Harris con il progetto Time Well Spent, che esercita pressioni sui giganti della tecnologia per rendere i loro progetti più etici. A Milano invece si sta diffondendo lo Smart Break ad esempio, grazie al lavoro di Monica Bormetti; un progetto dedicato alla divulgazione di un uso consapevole del digitale.

Smart Break significa prendersi un BREAK dallo SMARTphone, ogni tanto! L’obiettivo è semplicemente riuscire ad utilizzare i dispositivi digitali in modo equilibrato, godendosi il presente. Perché i cellulari ci aiutano in un sacco di cose, ma dobbiamo riuscire ad utilizzarli e a non farci usare. Il confine è labile, considerata la stimolazione di dopamina che avviene nel nostro cervello quando ci muoviamo online. Ma se non siamo noi a riprenderci in mano il nostro tempo, chi può darcelo?

Forse è solo una questione di tempo prima che il resto della società segua il buon esempio.